Naufrages di Peter Pedersen, Gallimard

    Fotografie bellissime. In bianco e nero. Venate da quel certo specialissimo romanticismo che solo i grandi amanti dell’età dell’oro della vela attribuiscono loro. A chi stringe il cuore vedere antiche attrezzature, grandi elegantissimi vecchi scafi, sobrie tenute di marinai dell’epoca. Testi di Conrad, Daudet, Vercel. La storia della rappresentazione pittorica e fotografica del naufragio. Estratti di libri di bordo, relazioni di naufraghi, rapporti delle società di salvataggio…

    Una curiosa dissertazione conradiana sulla differenza abissale che corre tra incaglio ed affondamento. Come un’altra, sulle sinistre formule “In ritardo” e “Dispersa”, riferite alle navi.

    Tutto questo, in un pezzo da collezione come il libro Naufrages di Peter Pedersen, della Gallimard.

    Smacchi, incidenti e catastrofi fanno parte della storia come vittorie e progressi. Le alterne fortune sul mare ci mostrano semplicemente la realtà della storia della navigazione a vela: “Tutti quelli che accelerano il ritmo cardiaco alla vista di un veliero, contempleranno queste foto con curiosità e nostalgia: perlopiù non sono inedite, ma la loro concentrazione permette di riscoprire un’epoca” recita l’introduzione.

    Un vecchio comandante credeva nella Bibbia “Perché – diceva al ministro inglese della marina J. Fisher (l’inventore delle dreadnoughts) – non lascia spazio al mare nel Paradiso”. Il mare. Un’entità severa e terribile. Sinonimo per molti marinai di sofferenza, tormento, regno del Male. Chi ha navigato veramente non li contraddirà. E che il mare si mostri tanto sublime da sfuggire ad ogni descrizione, non cambia nulla. Nella luce del sole, lo specchio dell’anima. Sotto nuvole veloci che si stagliano nell’orizzonte  limpido come il cristallo, la rotta immensa che si apre in lontananza, chiama alla libertà. Il cielo stellato invita al raccoglimento. Anche questo ha significato il mare. Ma non per i navigatori dei grandi velieri: il suo ricordo è per loro spietato: “Veloce, alle spalle, monta e monta, più alto di una montagna, il suo aspetto sembra annunciare la nera tempesta, quando fiamme danzano sulla sommità, denti bianchi di schiuma”.

    Poco prima delle 10 di sera del 23 maggio 1913, Cromdale, facendo rotta verso Falmouth in una spessa nebbia, si è incagliata sotto a Bass Point, Capo Lizard, proprio dove i Lloyds avevano costruito faro destinato a riconoscere il naviglio entrato nella Manica, per annunciarne l’arrivo. Aveva lasciato il Cile 126 giorni prima, con un carico di nitrato: le sarebbero mancate solo 12 ore al porto. L’equipaggio si salvò, ma dovette abbandonarla immediatamente. Dopo una settimana il relitto disalberava per la tempesta e quindi affondava.

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