Skip to main content
SciarrelliVela

1983 Gaff cutter/Passera Pergolis-Picinich – cutter aurico

Year 1983
Designer M. Picinich – R. Pergolis 1974
Builder Picinich/D’este
Rig gaff cutter
Loa 8,36 m
Lwl 7,00 m
Beam 2,58 m
Draft 1,38 m
Displ. 3,6 t
Ballast 0,86 t
SA 49,70 sm

la barca come dotazioni ha randa (aurica)
2° controrande una portoghese e una di bolina
2 trinchette di cui una pesante terzarolabile
1 Drifter
1 fiocco grande
1 fiocco piccolo
2 fiocchi leggeri di cui uno volante
rada da tempesta
cortellazzo

SEMC 3MP DSC

SEMC 3MP DSC

SEMC 3MP DSC

SEMC 3MP DSC

 

Da un articolo apparso su Vela e Motore il 1953. Autore ing. Artù Chiggiato(*)

… “Difficile costruire una vera storia delle passere lussiniane. Forse fu un naturale sviluppo delle imbarcazioni di bordo, i “long boats” o i “gig boats” dei “clippers” del periodo aureo della vela, periodo che fece la fortuna di Lussino dove nel volgere di tre generazioni vennero costruiti ben 366 velieri.

Camelia, Viola, Dalia, sono i nomi di queste barche più famose della fine del secolo scorso. Erano armate a due alberi con vele al quarto e raggiungevano per la loro gran velatura una sorprendente velocità (…)

Successivamente a queste imbarcazioni che dovevano essere sui 7 – 8 metri fuori tutto, presero diffusione dei modelli minori e nel 1880 un carpentiere lussiniano rimpatriato dall’America costruì il delfino a cui seguirono per spirito agonistico il dentale e li Branzino e altre che erano lunghe circa m 5,50 e larghe 2,25, tutte velocissime (…)

Le ultime “passere” attraverso questa esperienza, potevano dirsi perfette e potevano considerarsi un saggio di arte navale (…) malgrado la eccezionale larghezza (anche m 2,20 su 5 di larghezza) e con 300 – 400 Kg di zavorra interna, grazie alla grande velatura che per talune raggiungeva i 30 mq, si realizzava una velocità pari quasi a quella di una “Stella”. Un lungo bompresso era necessario per lo sviluppo della velatura e le rande erano per lo più inferite su un alto picco, dritto quanto una Marconi. La chiglia non aveva piombo; era in legno di rovere, profonda più di un metro e prolungata per quasi tutta la lunghezza dello scafo. La zavorra interna consisteva in pani di ghisa che in regata potevano, a mezzo di un carrello, essere spostati sopravento a seconda delle andature. Il numero dell’equipaggio era a discrezione del timoniere che secondo il vento imbarcava quanti riteneva utili per la manovra o per zavorra.

Le proporzioni di queste “passer” più famose, trovano riscontro in modelli consimili che si erano sviluppati altrove come alle bermude, alle Bahamas, a Bristol verso il 1860, ancora oggi riportati da alcuni testi inglesi.

(…) Va anche ricordato che parte della marineria lussiniana era costituita da velieri costruiti all’estero: perciò niente più facile che assieme alle navi anche qualche buona barca dell’epoca sia giunta a Lussino. (…)

Certo, le “passere lussiniane” sono state di generazione in generazione una gran scuola e alcuni dei nostri migliori timonieri hanno appreso sulle “passere” di Lussino l’arte di portare una barca a vela. Così dicasi di tino Straulino, di Nico Rode, di Tito Nordio, di Salata, di de Manicor, di Muchi Stenta, di de Denaro e di molti altri ancora.

Con il tramonto delle navi a vela di fronte alla sopravvenuta navigazione a motore (…) diminuì anche lo spirito agonistico. Le “passere” pontate prevalsero su quelle aperte, da regata, perché con esse si poteva fare delle crociere lungo le (…9 coste istriane e dalmate. (…) Le coste adriatiche, in prevalenza costituite da spiagge, non sono adatte alle passere che per le loro chiglie profonde non possono essere alate in secco senza invasatura. (…)

(*) Artù Chiggiato (1902 – 1985) fu un progettista veneziano di imbarcazioni da diport
 Download PDF